
Note 7 . La ragion di stato.

(1).  "Le  grandi questioni affrontate da Hobbes nelle sue ottiche,
ad esempio la fondamentale teoria della rifrazione, erano gi state
considerate e risolte da Keplero e Descartes; anche gli accenni  ad
una  descrizione e spiegazione delle variazioni di intensit  della
luce,   che  si  trovano  nell'opera  hobbesiana  [...]  sviluppano
intuizioni  gi presenti in Keplero, mentre altre grosse questioni,
come   quelle  attinenti  alla  natura  della  luce  ed  alla   sua
composizione, pur essendo gi pi articolate in Hobbes, che non  in
Descartes, dovranno attendere da Huygens e da Newton la loro  piena
esplicazione"  (A. Pacchi, Introduzione  a Th. Hobbes,  De  homine,
Laterza, Bari, 1972 2, pagina 21).

(2).  Th. Hobbes, Elementi di legge naturale e politica, primo,  8,
La Nuova Italia, Firenze, 1968, pagine 10-11.

(3). La stessa immagine  ripresa nel De corpore, settimo, 1.

(4). "All'origine, tutti i concetti derivano dall'azione della cosa
stessa  di  cui sono concetti. Ora, quando l'azione  presente,  il
concetto  che essa produce si chiama senso, e la cosa, mediante  la
cui  azione  il concetto  prodotto, si chiama oggetto  del  senso"
(Th.  Hobbes,  Elementi di legge naturale e politica,  secondo,  2,
citato, pagina 13).

(5).  Hobbes riferisce "la storia di uno che pretendeva  di  essere
stato  miracolosamente guarito della cecit in  cui  era  nato,  da
sant'Albano o un altro santo, nella citt di Saint Albans; e che il
Duca  di  Gloucester,  trovandosi presente, per  essere  assicurato
circa  la  verit  del  miracolo, chiese  all'uomo  "Che  colore  e
questo?"  e quello, rispondendo "E' verde", si scopr, e fu  punito
come impostore; infatti, bench mediante la vista appena acquistata
egli potesse distinguere tra il verde e il rosso, e tutti gli altri
colori,  altrettanto  bene  di chi lo interrogava,  pure  egli  non
poteva essere in grado di conoscere a prima vista quale di essi era
chiamato  verde, o rosso, o con altro nome" (ivi, sesto, 1,  pagina
43).

(6). Ivi, secondo, 4, pagina 14.

(7). Confronta ivi, quinto, 1-2, pagine 33-34.

(8). Il corsivo  di Hobbes.

(9). Il corsivo  nostro.

(10). Th. Hobbes, Elementi di legge naturale e politica, quinto, 2,
citato, pagina 34.

(11). Vedi volume primo, capitolo Sette, 2, pagina166.

(12).  "Questa  universalit di un solo nome nei confronti  di  pi
cose,    stata  la causa per cui gli uomini pensano  che  le  cose
stesse  siano  universali. E sostengono  seriamente,  che  oltre  a
Pietro e Giovanni, e tutto il resto degli uomini che esistono, sono
esistiti  o  esisteranno  al mondo, vi    pure  qualcos'altro  che
chiamiamo uomo, e cio l'uomo in generale, ingannando se stessi col
prendere l'universale, o appellativo generale, per la cosa che esso
significa"  (Th.  Hobbes, Elementi di legge  naturale  e  politica,
quinto,  6, citato, pagine 35-36). "Pertanto questo nome universale
[il  corsivo    di Hobbes] non  nome di qualcosa esistente  nella
realt, e neppure di un'idea, cio di un qualche fantasma formatosi
nell'anima,  ma sempre nome di qualche voce o nome  [il  corsivo  
nostro]" (Th. Hobbes, De corpore, primo, 2, 9).

(13).  Confronta Th. Hobbes, Elementi di legge naturale e politica,
sesto, 1, citato, pagine 43-44.

(14).  In  particolare nel capitolo quarto, ma anche  nei  capitoli
quinto e sesto.

(15).  Th.  Hobbes, De cive, diciottesimo, 4, a cura di  T.  Magri,
Editori Riuniti, Roma, 1992 3, pagina 283.

(16). Th. Hobbes, Leviatano, primo, 5.

(17).  "In  qualunque  campo  ci sia posto  per  l'addizione  e  la
sottrazione  c'  anche  posto per la  ragione;  dove  queste  cose
mancano la ragione non ha niente da fare" (ibidem).

(18).  "La proposizione vera  quella il cui predicato contiene  in
s il soggetto; ovvero il cui predicato  nome di ogni cosa, di cui
il  soggetto  nome; come homo est animal  una proposizione  vera,
in  quanto  tutto ci che si chiama Homo, si chiama  anche  Animal"
(Th.  Hobbes, De corpore, primo, 3, 7). Confronta anche,  oltre  al
passo  del De cive gi ricordato nella nota 15, Elementi  di  legge
naturale  e politica, quinto, 10, in cui Hobbes fa l'esempio  della
proposizione "la carit  una virt", che  vera in quanto il  nome
virt  comprende  il nome carit (e molte altre  virt  ancora),  e
della  proposizione "ogni uomo  giusto", che   falsa  perch  "il
nome  "giusto"  non comprende ogni uomo; infatti, "ingiusto"    il
nome della di gran lunga maggior parte degli uomini".

(19).  La  parola tautologia deriva dal greco t aut  ("le  stesse
cose") e lgos ("discorso").

(20). Vedi volume primo, capitolo Tre, 4, pagine 59-61.

(21).  Confronta Aristotele, Pol., primo, 1252a, 25-35. Vedi  anche
volume primo, capitolo Sei, 7, pagine 142-144.

(22).  "Se noi consideriamo quanto piccola differenza vi sia  nella
forza  o  nel  sapere tra uomini nel pieno della  maturit,  e  con
quanta facilit colui che  pi debole in forza o in ingegno, o  in
ambedue,  possa distruggere completamente il potere del pi  forte,
poich  non occorre che una piccola forza per sopprimere  una  vita
umana,  possiamo concludere che gli uomini, considerati nella  loro
mera natura, debbono ammettere tra loro l'eguaglianza" (Th. Hobbes,
Elementi di legge naturale e politica, quattordicesimo, 2,  citato,
pagina  110).  "La  natura ha fatto gli uomini cos  uguali,  nelle
facolt  del corpo e della mente, che, sebbene a volte si trovi  un
uomo chiaramente pi forte o pi pronto di mente di un altro, pure,
in   complesso,  la  differenza  fra  uomo  e  uomo  non      cos
considerevole, da permettere a un uomo di rivendicare un vantaggio,
cui  un  altro  non  possa a pari titolo pretendere.  Infatti,  per
quanto  riguarda  la  forza  del corpo,  il  pi  debole  ne  ha  a
sufficienza  per  uccidere il pi forte"  (Th.  Hobbes,  Leviatano,
primo, 13, Editori Riuniti, Roma, 1976, pagina 70).

(23).   Th.   Hobbes,  Elementi  di  legge  naturale  e   politica,
quattordicesimo, 6, citato, pagine 111-112.

(24). Th. Hobbes, Leviatano, primo, 13, citato, pagina 71.

(25).  L'espressione  tratta dal verso 495 dell'Asinaria, commedia
di  Plauto  (250-184 avanti Cristo): "Lupus est  homo  homini,  non
homo".

(26). Th. Hobbes, Leviatano, primo, 13, citato, pagina 71.

(27).  "In tale condizione non  possibile alcuna industria, perch
il  suo  frutto    incerto,  e  quindi  non  c'  agricoltura,  n
navigazione,  n  l'uso dei beni che possono essere  importati  per
mare;  non  vi sono abitazioni confortevoli; non vi sono  strumenti
per muovere e rimuovere oggetti che richiedono grande dispendio  di
forza;  non  c' conoscenza della superficie terrestre, n  calcolo
del  tempo, n arti, n lettere, n societ; e, quel che   peggio,
dominano la continua paura ed il pericolo di una morte violenta,  e
la  vita  dell'uomo  solitaria, povera, sorda, bestiale  e  corta"
(Th. Hobbes, Leviatano, primo, 13, citato, pagine 71-72).

(28). Th. Hobbes, Leviatano, secondo, 17, citato, pagina 111.

(29). Ivi, primo, 14, pagina 76.

(30). "La causa finale, il fine o il disegno degli uomini (che  per
natura  amano  la libert e il dominio sugli altri) nell'introdurre
sopra di s restrizioni, entro cui li vediamo vivere negli Stati, 
la  previsione di ottenere in tal modo la propria conservazione,  e
una  vita  pi  confortevole;  cio,  di  uscire  dalla  miserabile
condizione  di guerra che  la necessaria conseguenza  (come  si  
mostrato)  delle  passioni naturali degli uomini, quando  manca  un
potere  visibile che li tenga in soggezione, e li vincoli,  con  la
paura   delle   punizioni,  all'adempimento  dei   loro   patti   e
all'osservanza  delle leggi di natura" (ivi,  secondo,  17,  pagina
107).

(31). Ibidem.

(32). Ibidem.

(33). Ibidem.

(34). Ibidem.

(35). Giobbe, 40, 25-33; 41.

(36).  "Attorno alle sue zanne  il terrore [...] il  suo  cuore  
duro  come  pietra [...]. Quando si alza si spaventano i  valorosi,
dalla  costernazione sono fuori di s. [...] Tutti i pi  forti  lo
temono,  il re di tutte le bestie feroci" (ibidem).

(37).  "Gli  conferito l'uso di tanto potere e di tanta forza,  da
essere in grado, con il terrore da essi suscitato, di conformare la
volont  di tutti alla pace interna e all'aiuto reciproco contro  i
nemici esterni" (Th. Hobbes, Leviatano, secondo, 17, citato, pagina
112).

(38). "In lui [nel sovrano] risiede l'essenza dello Stato, che, per
definirlo,  una persona unica, dei cui atti si sono fatti  autori,
mediante patti reciproci, una grande moltitudine di uomini, al fine
che  possa  usare  tutta la loro forza e tutti i loro  mezzi,  come
riterr  opportuno, in vista della loro pace e  della  loro  difesa
comune" (ibidem).

(39).  "Si  dice che uno Stato  istituito, quando  gli  uomini  in
moltitudine si accordano e concludono il patto, l'uno con  l'altro,
che,  chiunque  sia l'uomo o l'assemblea di uomini  cui  sar  dato
dalla  maggioranza il diritto di rappresentare la persona di  tutti
(cio di essere il loro rappresentante), ciascuno di loro, sia  chi
ha  votato a favore, sia chi ha votato contro, autorizzer tutte le
azioni e i giudizi di quell'uomo o assemblea di uomini, esattamente
come  se  fossero  i  suoi, al fine di vivere  in  pace  ed  essere
protetto   nei  confronti  degli  altri"  (Th.  Hobbes,  Leviatano,
secondo, 18, citato, pagine 111-112).

(40).  "Quindi i sudditi di un monarca non possono, senza  una  sua
licenza,  abbattere la monarchia e tornare alla confusione  di  una
moltitudine disunita, n trasferire la loro persona [sovranit]  da
chi  la  sostiene [detiene] ad un altro uomo o assemblea di uomini,
perch  sono  vincolati,  ciascuno nei  confronti  degli  altri,  a
riconoscere come proprio tutto ci che chi  gi loro sovrano  far
o stimer opportuno sia fatto; e ad esserne considerati gli autori"
(ivi, pagina 113).

(41). Th. Hobbes, Leviatano, secondo, 19, citato, pagina 132.

(42). Confronta ibidem.

(43).  Ibidem.  Per una analisi dettagliata delle varie  situazioni
che si possono verificare nella successione di un monarca, come per
l'intero  problema della successione, si veda tutto il capitolo  19
della seconda parte del Leviatano.

(44). Ibidem.

(45). Th. Hobbes, De corpore, primo, 1, in Th. Hobbes, Elementi  di
filosofia.  Il  corpo.  L'uomo, a cura di A. Negri,  UTET,  Torino,
1972, pagina 76.

(46). Ibidem.

(47).  "Infatti gli effetti che riconosciamo naturalmente implicano
necessariamente  un  potere di produrli; e quel  potere  presuppone
qualcosa di esistente che abbia quel potere". Se quel qualcosa  non
fosse  eterno  dovrebbe  essere prodotto da qualcos'altro  che  gli
preesista, "fino a che arriviamo ad un eterno, cio al primo potere
di  tutti i poteri, e prima causa di tutte le cause. E questo  ci
che  gli  uomini chiamano col nome di Dio: il che implica eternit,
incomprensibilit  e onnipotenza" (Th. Hobbes,  Elementi  di  legge
naturale  e politica, undicesimo, 2, citato, pagina 86). Lo  stesso
ragionamento    riproposto da Hobbes nel capitolo  dodicesimo  del
Leviatano.

(48).  Confronta Th. Hobbes, Elementi di legge naturale e politica,
undicesimo, 2, citato, pagine 86-87.

(49). Th. Hobbes, De cive, diciottesimo, 4, citato, pagina 286.

(50). Confronta ivi, pagine 285-286.

(51).  Confronta,  ad esempio,  De cive, quindicesimo,  1,  citato,
pagina 219.

(52). Ivi, pagina 220.

(53). Confronta ivi, pagina 221.

(54). Per quanto riguarda la retta ragione si veda, ad esempio,  De
cive,  secondo,  1,  dove Hobbes spiega: "Per retta  ragione  nello
stato  naturale  degli uomini non intendo, come  molti  fanno,  una
facolt  infallibile, ma l'atto di ragionare, cio il ragionamento,
proprio  di  ciascuno e vero, riguardo quelle  proprie  azioni  che
possono tornare a vantaggio o a danno degli altri uomini".

(55). Confronta ibidem.

(56). Th. Hobbes, De cive, sedicesimo, 1, citato, pagina 235.

(57). Confronta ivi, diciassettesimo, pagine 250-281.

(58). Ivi, sedicesimo, 2, pagina 236.

(59). Confronta Genesi, 17, 7-8.

(60).  Confronta Th. Hobbes, De cive, sedicesimo, 4, citato, pagina
237.

(61). Confronta ivi, sedicesimo, 18, pagine 249-250.

(62). Ivi, sedicesimo, 2, pagina 236.

(63). Ibidem.

(64).   Il  contrasto  tra  physis  (natura)  e  nmos  (legge)   
rappresentato in maniera drammatica  nell'Antigone, la tragedia  di
Sofocle  (495-406 avanti Cristo) messa in scena per la prima  volta
ad  Atene  nel 422 avanti Cristo Nel corso della guerra  dei  Sette
contro  Tebe,  i  due  fratelli Eteocle e  Polinice  si  trovano  a
combattere l'uno contro l'altro e si danno reciprocamente la  morte
in  battaglia; a Tebe viveva Antigone, sorella dei due,  e  regnava
Creonte,  loro zio. Creonte decret solenni funerali  per  Eteocle,
che aveva combattuto nelle file dei Tebani, e viet la sepoltura di
Polinice,  che si era schierato contro la propria patria. Antigone,
spinta dal naturale amore per i fratelli, non rispett l'ordine del
re,  la  legge  della citt, e sparse sul cadavere di Polinice  una
manciata di polvere, compiendo un gesto simbolico per assolvere  al
"dovere"   di  seppellire  il fratello. Creonte  condann  a  morte
Antigone,  che, una volta rinchiusa in prigione, si suicid,  dando
inizio a una serie di ulteriori drammatiche morti all'interno della
sua famiglia.

(65).   Si  veda,  per  questo,  tutto  il  libro  ventiquattresimo
dell'Iliade.

(66).  Con  "diritto  positivo"  si intende  la  trasposizione  dei
princpi  giuridici - naturali o convenzionali - in leggi  e  norme
esplicite.

(67).  "Non  siamo  nati soltanto per noi soli" (Platone,  Epistola
nono, 358 a).

(68).  Confronta  Aristotele, Politica, primo,  1053a,  1-10.  Vedi
anche volume primo, capitolo Sei, 6.

(69). Ivi, primo, 1253a.

(70). Confronta ibidem.

(71). Vedi volume primo, capitolo Sette, 2, pagina 175.

(72). Cicerone, De officiis, primo, 11, 1.

(73). Ivi, primo, 12, 1.

(74). Il popolo, su cui si fonda lo stato, non , secondo Cicerone,
"omnis   hominum  coetus  quoquo  modo  congregatus,   sed   coetus
multitudinis   iuris  consensus et utilitatis communione  sociatus"
("ogni moltitudine di uomini riunitasi in modo qualsiasi, bens una
societ  organizzata  che  ha  per  fondamento  l'osservanza  della
giustizia  e la comunanza di interessi") (Cicerone, De re  publica,
primo, venticinquesimo).

(75).  Le  leggi  degli  stati,  in quanto  prodotti  dell'attivit
razionale dell'uomo, sono un fatto storico e culturale.

(76). Confronta W. Ullmann, Origini medievali del Rinascimento,  in
Il  Rinascimento. Interpretazioni e problemi, Laterza, Bari,  1979,
pagine 55-58.

(77). H. van Groot, De iure belli ac pacis, citato da L. Geymonat,
Storia del pensiero filosofico e scientifico, nove volumi,
Garzanti, Milano, 1970-1996, volume secondo, pagina 355.
